Alla scoperta del ruolo del procuratore sportivo con Marco Origgi


Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare della figura del procuratore sportivo, ma per comprendere meglio il suo ruolo ho interpellato Marco Origgi.

Marco Origgi, nato a Erba in provincia di Como il 4 gennaio 1986, è un procuratore sportivo. “Ho corso in bici fino alla categoria juniores, ma non ero un granché. Appesa la bici al chiodo ho iniziato a seguire alcune squadre come accompagnatore e aiutante fino a quando dei ragazzi Under23 mi hanno chiesto, elogiando la mia dialettica e capacità di interagire con le persone, di trovar loro una squadra per la nuova stagione. Ho cominciato a fare il procuratore quasi per gioco ma poi ho allargato le mie conoscenze e i contatti in questo mondo”.

Marco si ispira all’allenatore argentino Marcelo Bielsa e da una sua celebre frase ha costruito il suo motto “nella vita tutto è permesso fuorché smettere di lottare”. Ai suoi ragazzi cerca di trasmettere tre valori per lui fondamentali: umiltà, sogno e passione. “Umiltà perché dovrebbe caratterizzare il percorso di tutti noi, passione perché ci permette di svolgere al massimo il nostro lavoro e sogno perché non può mai mancare nella nostra vita, è la base per costruire qualcosa di importante”. Inoltre un po’ di sana auto critica, “non fa mai male”.

Però è bene spiegare quale sia il ruolo del procuratore sportivo. “Il procuratore sportivo è colui che cura i diritti dell’atleta per es. in vista di un eventuale rinnovo contrattuale o di un possibile trasferimento in un’altra società. Questo lavoro implica un’attività quotidiana porta per poter seguire adeguatamente il proprio assistito. Spesso si ha a che fare con ragazzi giovanissimi che lasciano la loro nazione e il procuratore sportivo deve anche occuparsi di seguirlo a 360 gradi, deve trovar loro una casa, i contatti sul posto, ecc…”.

Marco Origgi segue sia il calcio che il ciclismo, “ho atleti provenienti da tutta Europa, ma mi concentro principalmente sul mercato balcanico, con un occhio di riguardo alla Serbia. Al mondo balcanico mi sono avvicinato grazie a Vladimir Vukasovic, a mio avviso uno dei migliori preparatori sportivi. L’ho conosciuto quasi per caso mentre mi trovavo in vacanza in Serbia, mi ha permesso di entrare in contatto con persone che mi hanno portato ad approfondire il mondo sportivo di quest’area”.

“Nel mondo del ciclismo in genere il procuratore inizia a seguire gli Under23, a livello juniores, a meno che non si abbia a che fare un fuoriclasse, si cerca di lasciare i ragazzi un po’ più liberi e spensierati”.

Come i corridori anche i procuratori avranno una giornata tipo, “a dir la verità no. Ogni giorno è diverso ma ciò che non manca mai è la registrazione e lo studio di molte gare per cercare di scegliere il corridore giusto da poter seguire e lanciare. La cosa più importante per me è svegliarsi ogni mattina con la voglia di imparare da ogni esperienza che mi regala questo lavoro. Una caratteristica fondamentale che bisogna garantire ai propri assistiti è l’affidabilità“.

“Una delle cose più belle di questo lavoro è assistere e contribuire alla crescita delle giovani promesse. Inoltre, si tratta di un lavoro che ti permette anche di viaggiare molto, conoscere nuove persone, culture e lingue. Per contro questo lavoro implica grandi responsabilità che derivano dal fatto che le scelte che fai per l’atleta vanno ad influenzare la sua carriera, in poche parole decidi il suo futuro. E’ una grossa responsabilità che nei momenti clou mi fa stare sveglio la notte”.

La tua avventura in questo mondo è nata quasi per gioco ma poi è diventata a tutti gli effetti il tuo lavoro. “L’inizio, come in qualsiasi lavoro è stato duro, non è facile crearsi i contatti giusti. Ci tengo a smentire il detto secondo cui i giovani sportivi sono schiavi del procuratore, dipende ovviamente dalla persona con cui l’atleta ha a che fare, io, personalmente, ci metto il cuore nel mio lavoro e ogni decisione che prendo per l’atleta la valuto come se la stessi prendendo per me. Sento grande responsabilità e per me l’atleta è come un fratello e un amico”.

Quali sono i tuoi piani per il futuro? “I progetti futuri sono tanti, certamente crescere sempre di più e avere un numero maggiore di atleti. Attualmente mi occupo sia di ciclismo che di calcio, ma il mio sogno futuro è quello di avere una squadra mia. Mi piacerebbe fare il team manager, magari tra gli Under23 perché mi è sempre piaciuto lavorare con i giovani e le promesse. Cerco sempre di non accontentarmi, di andare oltre, anche a costo di sbagliare. Mi piace sfidare il senso del limite e questa cosa mi stimola la fantasia e la creatività, e mi porta anche ad essere ambizioso e sempre alla ricerca di nuove sfide”.

Vorrei anche precisare un’altra cosa: “si usa frequentemente la parola progetto, anche se io userei la parola percorso, nella crescita di un ragazzo, e di una squadra. Come dice mister Bielsa siamo in un percorso al cui termine c’è la ricompensa. Penso che se un ragazzo è seguito nel modo corretto alla fine ottenga una ricompensa. La parola percorso descrive il cammino che le giovani promesse devono fare per arrivare in alto e raggiungere il proprio sogno”.

Grazie a Marco Origgi per la disponibilità !

Articolo a cura di Pietro Fasola

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